Sorì del Bartu

Il rubino intenso con l’unghia viola, di densità certa e che mal si concede alle trasparenze e alle lucentezze, prelude ad un naso dai profumi diretti e vinosi, senza troppe sfumature sfumate, o indugi, cosparso di aeree, ripetute nuances dolciastre ed asprigne – a render saltellante e contadino il quadro – su fondo e substrato di amarena e mandorla. Evidenti le note idrocarburiche, così come l’oliva nera e la china, a realizzare uno spettro vivido, baldanzoso, non lunghissimo ma bellamente rustico. Se attendi, il tempo e l’aria gli concederanno il mirtillo, e gli aromi tutti se ne gioveranno.

Molto calore al palato, perché evidente è la struttura ma imponente l’alcol; sentita pure l’acidità, che tende ora a soverchiare l’afflato fruttato così come il montare ripido dei tannini ne limita forse l’espansione: ne rammento ancora le asperità ma anche un distintivo ardore, una volenterosa presenza, una tipicità di mandorla, una assoluta tenuta all’aria con relativo riequilibrarsi (5 giorni e sembra non sentirli affatto,anzi migliora). Ha voglia di respirare a lungo, lo sento, sì che ne deduco una vita men che rapida e fuggevole. Traspare, da quel liquido scuro e non filtrato, la mano ingenua ed angelica dell’artigiano.Fatto per chi non ama suadenze, scorciatoie o rotondità, per i cercatori di strade secondarie insomma, quelle di campagna poco trafficate, ha dietro a sè una storia “piccola” e non roboante da raccontare, che non può concedersi il lusso delle copertine patinate, eppure affascinante e lunga, fatta di dedizione, soli e lune, testardaggine, verità, semplicità e rispetto della terra, virtù queste che attengono ai soli contadini.

Credo impossibile da reperire nelle enoteche d’Italia ma solo e soltanto da Simone il vignaiolo, in piena Diano.

La Chiosa:

No, non è un caso se ho “aperto le porte” del mio appunto settimanale a questo vino “antieroe” campagnolo, underground, anti-establishment il Sorì del Bartu 2001, una presenza silenziosa che ha quasi quarant’anni, tanti quanti quelli che hanno visto la sagoma “segaligna” di Simone Castella in controluce – giorno per giorno – trafficare tra i filari alti dell’omonimo sorì.

È un vino a suo modo estremo, che rifugge compromessi e si ripromette anno dopo anno di rappresentare con naturalezza la tipicità della terra di Diano, balcone di Langa dalla straordinaria visuale.Simone Castella è uomo langarolo timido e schivo, che stringe ancor di più gli occhi volpini quando parla del suo vino e si arrovella, nel continuo tentativo di far capire il metodo tradizionale di vinificazione che porta avanti, frutto esclusivo di un esperienza di vita semplicemente vissuta sulla propria pelle, solo e soltanto da contadino bricoleur. One man band.

“Eh sì, non ci sono più i cementi di un tempo…” – mi ha sospirato l’ultima volta che l’ho visto. Parole che credo di non aver mai sentito da nessun vignaiolo della mia memoria consapevole. L’idea di usare rovere ne turba il sonno, gli fa urlare allo scandalo, vade retro! Eppure, nonostante le ingenuità e le istintive prese di posizione, non posso fare a meno di sentirmi attratto dal sentimento che emanano i suoi gesti ed i suoi vini ruvidi, vigorosi, scostanti, umorali, caratteriali. È sentimento di solida verità, di attaccamento alla propria terra, é rispetto delle cose genuine, é senso sociale e democratico della condivisione di un dono – creato dai mille, duemila sconosciuti vignaioli del mondo che non appartengono alla ribalta- che deve essere onorato, bevuto,masticato; è vino quotidiano, regalo atteso e dolce per le anime salve del mondo, riflesso liquido di vite semplici, esemplari, a loro modo archetipiche.

Il Sörì del Bartu forse non diventerà mai un vino chiacchierato, sulla punta della penna di potenti critici e wine writers eppure – lui non lo sa – é così pulsante il fascino che emana, così vero il suo abbraccio, così genuino il suo porsi, che vorresti – fortemente vorresti- che fascino, abbracci e genuinità si infondessero nelle menti e nell’animo del mondo intero vitivinicolo, e fors’anche più in là. Una ventata di estrema, reiterata, generosa “naturalità”, ecco quello che ci vuole.

Fernando Pardini